l’anarchico

A quel tempo il piccolo regno del sud stava vivendo una grave crisi iniziata una trentina d’anni prima e andata via via peggiorando col passare del tempo.
Era una crisi sociale, etica prima che economica, prevedibile fin dalla sua genesi, ma che nessuno aveva saputo, o voluto, contrastare efficacemente e che ora sembrava inarrestabile. Una crisi morale che coinvolgeva gran parte della popolazione e alla quale l’altra parte assisteva annichilita e impotente, aggravata in seguito da una crisi economica che colpiva inesorabilmente le classi più povere, delle quali il partito al governo sembrava non occuparsi più di tanto.
Per comprendere meglio, però, la situazione alla quale si era giunti è necessario andare un po’ indietro nel tempo; a quando, terminata una sanguinosa guerra civile, il vecchio re e il regime assoluto e feroce del primo ministro furono spazzati via e al potere salì una monarchia costituzionale.
Anni difficili e duri in cui il governo fu affidato a uomini moderati, alcuni di valore, che gestirono una faticosa ricostruzione e garantirono al regno qualche decennio di crescente benessere e sostanziale pace sociale. Sotto l’egida di una morale cattolica governarono senza eccessivi scandali anche se, naturalmente, non mancarono episodi di corruzione, favoritismi, ingiustizie sociali e non venne meno la pratica del nepotismo, ma in parte erano attuati con la massima discrezione e in parte (almeno apparentemente e pubblicamente) venivano combattuti.
Intanto il Paese cresceva sia economicamente che culturalmente e, per dirla in breve, se il padre era stato capomastro con la quinta elementare, il figlio era geometra e il nipote ingegnere o architetto. Insomma si può dire che era nato e stava progredendo un tranquillo stato borghese moderno con tutti i pregi e i difetti di una morale cattolica. La piccola nazione, liberatasi dalle macerie della guerra, era cresciuta fino a diventare uno dei paesi più avanzati del mondo.
Accanto al partito al governo era attivo naturalmente un partito d’opposizione, anche piuttosto forte e dotato di un’etica forse ancora più rigida, sebbene laica, ma destinato a rimanere minoranza pur avendo un ruolo nel futuro del Paese.
Questa condizione di relativa tranquillità ed equilibrio fu interrotta a un certo punto da un grande movimento giovanile (giovani che non avevano conosciuto la guerra) che rinnegava la vecchia ipocrisia borghese, aveva nuovi ideali (questa è la parola chiave), voleva nuovi e più giusti rapporti sociali: in una parola sognava un mondo diverso e migliore.
Un sogno di gioventù che scosse la morale cattolico-borghese e lasciò tracce positive nella società, anche se inferiori alle aspettative, ma che si esaurì nel giro di pochi anni, tanto che il governo moderato lo superò senza eccessivi traumi. E superò, sebbene con più fatica, anche gli anni successivi in cui gruppuscoli armati, eredi dei sogni giovanili irrealizzati dal movimento pacifico, tentarono di venirne a capo con il sangue.
Poi arrivò lui: il profeta che avrebbe annunciato il messia.
Il profeta che, nominato primo ministro, annunciò la fine delle ideologie (degli ideali?) e le sostituì con il primato dell’economia.
E questo fu l’inizio della crisi.
Perché instaurare il primato dell’economia volle dire nei fatti, come vedremo, rinnegare l’etica del non rubare.
Comunque a quel tempo la svolta fu accolta favorevolmente, quasi con un senso di liberazione, assegnando alle diverse ideologie la causa principale della scia di sangue del recente passato. Era ora di voltare pagina, di ridimensionare quelle spinte ideali che non solo nel male avevano guidato la società. Era ora di pensare alle cose concrete e di voltare pagina!
E si cominciò a parlare di economia: ad esempio molti organi di stampa, che fino ad allora avevano dedicato sì e no una paginetta a questo argomento, iniziarono a dedicarle pagine e pagine, inserti e quant’altro; persone che avevano a malapena un libretto di risparmio in posta si trovarono a discuterne.
Dall’economia alla finanza il passo fu breve: chiunque avesse quattro soldi da parte si diede alla lettura delle quotazioni di borsa, forse convinto di arricchire in poco tempo e senza fatica; neonate compagnie d’intermediazione finanziaria si misero alla caccia di sudati risparmi. Alcune si eclissarono con la cassa.
Dall’economia alla finanza il denaro acquistò importanza a prescindere da come lo si aveva accumulato.
Se alcuni politici avevano finora rubato e incassato tangenti per le necessità del partito, per lo più senza farsi notare, questa pratica si diffuse a tutti i livelli dell’amministrazione e sempre più alla luce del sole. E buona parte di quei denari rimasero attaccati alle dita di solerti funzionari.
L’etica che aveva caratterizzato le generazioni precedenti cominciò a sfaldarsi e il principio che pecunia non olet si diffuse dall’alto come un cancro fra la popolazione. Una popolazione, finora, tutto sommato innocente, onesta ( e se no consapevole di non esserlo), laboriosa, solidale si stava trasformando in una massa di disonesti orgogliosi di esserlo,avidi, arrivisti e profondamente egoisti.
E, ironia della sorte, proprio mentre si affermava il primato economico, lo Stato si indebitava oltre il possibile.
Si provò a porre termine a questo malaffare diffuso. Ci furono arresti e processi e perfino la fine dei partiti al governo e l’esilio del primo ministro, ma il cancro ormai diffuso non fu possibile sradicarlo e le nuove generazioni crescevano prive di morale. Era il primato del denaro facile: parole come rubare, truffare, imbrogliare, ricattare avevano perso la loro valenza negativa; l’importante era avere.
Il profeta aveva iniziato il lavoro, il messia lo portò a termine; a furor di popolo fu nominato primo ministro.

Il messia era sbucato dal nulla e, muovendosi molto a suo agio nel terreno dissodato (abbiamo visto come) dal profeta, crebbe in potere e ricchezza, diventando il proprietario dei principali mezzi di comunicazione del Paese. E’ estremamente difficile elencare e descrivere tutti i danni alla società causati dai suoi media, anche perché, se alcuni erano direttamente riconducibili ad essi, altri non lo erano affatto … a prima vista.
Per esempio uno sfrenato invito al consumismo, immediatamente colto dalle finanziarie pronte a elargire prestiti al consumo fin troppo allettanti, che trasformò un popolo di risparmiatori in un popolo di debitori. O la proposta di stili di vita solo apparentemente accessibili a tutti, che convinse molti a vivere al di sopra delle proprie possibilità … fino alla resa dei conti.
In realtà i suoi media, che si rivolgevano principalmente alla parte meno preparata (meno colta) dei cittadini, proposero e alla fine imposero una visione della vita, un’interpretazione dell’esistenza completamente estranea alla tradizione, alle abitudini e alla cultura del piccolo regno e non certo migliore della precedente.
Queste vetrine del benessere, questa esposizione di volgarità e superficialità abbagliarono gran parte della popolazione adulta, ma furono soprattutto le nuove generazioni ad accettare acriticamente la nuova Weltanschauung.
Nulla aveva più importanza del denaro: non l’etica, non la cultura, non la comprensione del mondo, nemmeno l’amore; primario era avere, avere, farsi valere. La società divenne sempre più egoista, gretta, materialista, ignorante e superficiale. L’ideale di una società più giusta, più solidale, fondata su valori nobili era morto e sepolto.
Naturalmente c’erano delle nicchie virtuose, ma erano minoranza, non riuscivano ad aggregarsi e a far sentire la loro voce.
In questo quadro desolante il messia, l’uomo che aveva contribuito non poco a crearlo, si presentò come il salvatore della patria, colmo di promesse e di illusioni: a mezza via tra il venditore di spazzole porta a porta e l’illusionista con più conigli che capelli sotto il cilindro, si presentò alle elezioni e, come abbiamo detto, a furor di popolo ottenne la carica di primo ministro.
Come spesso accade quando un buffone sale al potere sostenuto da masse ignoranti, la miglior parte del Paese non seppe come reagire e di fatto non reagì, confidando, forse, che quell’ondata di ottusità collettiva si sarebbe esaurita da sola. I rappresentanti dell’opposizione, però, non si erano resi conto di quanto fosse elevato il livello di degrado sociale e culturale della popolazione, dopo anni e anni di dominante subcultura, di grettezza ed egoismo prevalenti. Non si erano resi conto che contrastare il buffone non era un problema di programmi politici o economici, era invece necessario proporre una visione alternativa della vita e della società.
Così, circondatosi di yesmen, di utili idioti, di opportunisti senza scrupoli, di corrotti e corruttori, il messia governava a suo uso e consumo il Paese.
Ma il suo grande ego non era soddisfatto: mal sopportava le critiche, cercava il plebiscito e i pieni poteri, tanto che non tollerava che esistessero organi di controllo del suo operato e un quadro costituzionale a cui attenersi: voleva farsi re, imperatore, papa …dio!
La sua ambizione non aveva limiti.
Questa era la situazione quando arrivò, prevedibile ma non prevista, una crisi economica internazionale che coinvolse anche il piccolo regno.
Come era ovvio le crisi pesò soprattutto sulle spalle della parte più debole e più povera della popolazione, parte della quale perse il lavoro, la casa, i risparmi e la speranza di un riscatto sociale. Ma anche la speranza di un futuro migliore.

A quel tempo il piccolo regno del sud stava vivendo una grave crisi iniziata una trentina d’anni prima e andata via via peggiorando col passare del tempo. Una crisi sociale, etica ed economica.
A quel tempo l’anarchico aveva da poco passato la sessantina.
Era nato, infatti, alla fine della guerra civile e aveva quindi vissuto tutto il periodo che abbiamo riassunto a grandi linee e che ora faceva parte, più o meno consciamente, del suo essere.
Uno dei periodi più significativi della sua vita, finora, era stato quello relativo al grande movimento giovanile cui abbiamo accennato: egli infatti a quel tempo aveva da poco terminato il liceo e stava frequentando con poco profitto l’università.
La marea di novità, di ideali, speranze, rivendicazione di diritti cresceva in tutto il mondo ed era viva l’impressione che stesse per nascere una nuova società: era difficile non farsi coinvolgere da questa ventata d’aria fresca.
Pur condividendo parecchi degli ideali dei suoi coetanei, non scese mai in piazza, non partecipò a marce o cortei, principalmente perché non amava le masse (era un anarchico dopotutto): osservava dal di fuori e si poneva domande.
Anche lui, come una moltitudine di altri giovani, non era precisamente contento del tipo di società in cui era cresciuto: la percepiva bigotta, repressiva, sessuofobica, autoritaria. Sentiva anche lui la necessità di un cambiamento, ma presto si convinse che cambiare la società voleva dire cambiare le persone … cominciando da se stessi. Così iniziò un percorso tutto suo, lontano dalle masse, che lo portò a capire e ricostruire la sua persona.
Fu un percorso lungo, laborioso e faticoso, ma diede i suoi frutti e alla fine del quale si mise alla ricerca di quelli che avevano seguito una strada simile alla sua.
Mentre l’ondata di marea iniziava a scemare, cominciarono le operazioni dei gruppuscoli armati e lui ne comprese le ragioni, ma non poteva condividerne il metodo. Quando anche quella stagione insanguinata ebbe termine e il profeta annunciò trionfalmente la fine delle ideologie, fiutò il pericolo vero; quando poi fu dichiarato il primato dell’economia intuì subito su quale strada si fosse incanalato il Paese.
Alcuni media e qualche testa pensante presero a parlare di Paese-azienda e lui si domandò come si potesse non tener conto che una nazione è principalmente un insieme sociale che non può licenziare o mettere in cassa integrazione i suoi cittadini, ma che deve al contrario assicurare il benessere di tutti.
C’è da dire che in nome dell’economia nessuno pensava seriamente alla gestione del Paese, che pure ha bisogno di essere ben amministrato, ma la gran parte si mise di buzzo buono ad amministrare la propria di economia e lui vide il denaro prendere il posto degli ideali, lo Stato alla mercé di ladroni senza scrupoli; corruttori e corrotti agire alla luce del sole, ricchi malviventi ostentare la propria ricchezza e rivestire posizioni di responsabilità. Assistette anche ai primi passi del messia nel mondo dei media.
Una nuova stagione, quella dell’arraffa-arraffa, era iniziata.
I nuovi media del messia si insinuarono nelle case e piano piano anche nell’anima delle persone proponendo stili di vita inaccessibili alla maggioranza dei cittadini; uno stile basato sul consumismo e sull’accumulo di beni materiali. In questo modo si spezzarono i legami sociali a favore di un egoismo fortemente competitivo.
L’arraffa-arraffa (quello pubblico, almeno) sembrò finire quando intervenì la magistratura: si eseguirono arresti, furono celebrati processi e comminate pene che ebbero per conseguenza lo scioglimento dei due maggiori partiti di governo. Si sperò in una nuova stagione. L’anima degli uomini era però stata cambiata, la morale cattolico-borghese era stata rinnegata e niente ne aveva preso il posto se non un materialismo gretto e superficiale.
L’anarchico soffriva osservando l’evolversi della società in direzione opposta a quella che lui riteneva corretta.
Proprio in quel periodo si ebbe la conferma che al peggio non c’è mai fine: il messia, approfittando dello scioglimento della maggioranza di governo e della situazione sociale che lui stesso aveva contribuito non poco a creare, si presentò con sorrisi e promesse alle elezioni e, come sappiamo, le vinse.
Per anni amministrò benissimo se stesso e malissimo il Paese, ma questo lo abbiamo già detto.
Quello che non abbiamo detto è che l’animo dell’anarchico ribolliva: non sopportava più di vedere il Paese e se stesso governato da un uomo che voleva farsi dio e cercava di volgere tutto a suo vantaggio, sostenuto da una maggioranza rimbecillita dal continuo bombardamento dei suoi media. Non vedeva via d’uscita, grazie a una opposizione incapace di proporre un’alternativa.
Doveva fare qualcosa. Ma cosa?
Qualcosa di anarchico: … gettare una bomba!
Gettare una bomba?
Perché no? Eliminare il buffone al governo e tutto sarebbe cambiato … doveva cambiare per forza senza di lui.
Il pensiero era formulato superficialmente, attraversò il cervello e se ne volò via con leggerezza: gettare una bomba! Non era da lui.
La situazione, però, continuava a peggiorare e lui si domandava se avesse dovuto concludere la sua vita circondato da gente gretta e astiosa, in uno stato costruito a misura di un solo uomo e governato dai suoi gerarchi per trarne i maggiori benefici personali possibili. Il suo disagio era quotidiano, dovendo muoversi e rapportarsi con una società resa cattiva, egoista e ingiusta.
Poi arrivò la crisi: quella economica. E il buffone l’affrontò a modo suo: dal momento che non lo toccava personalmente iniziò col negarne l’esistenza; poi, pressato, consigliò i giovani di sposare uno ricco e suggerì alle massaie d’essere oculate nella spesa. Detto ciò ritenne di aver fatto abbastanza e se ne disinteressò.
Fu in quel periodo che il pensiero di eliminare il falso messia tornò a frullare nella mente dell’anarchico con maggior insistenza.
Quell’azione era però così in contrasto con la sua etica che l’idea rimase in sospeso: come un’ipotesi valida, ma non realizzabile.
Infine il Paese fu attraversato da una serie di scandali: tangenti, corruzione, denaro pubblico sperperato, tutti eventi riconducibili al governo proprio mentre lo stesso si preparava a varare una manovra economica necessaria, ma come al solito a danno delle classi più povere. Fu allora che la necessità e l’urgenza di eliminare il messia si riaffacciò alla mente dell’anarchico e questa volta per restarci.
Uccidere un uomo, anche protetto com’era il presidente del consiglio, è relativamente facile, se si è disposti a subirne le conseguenze pratiche, e lui lo era.
Per uccidere un uomo, però, bisogna fare i conti con la propria coscienza; e a questo lui non era preparato. Inoltre, avendo eliminato dio dalla sua vita già da un pezzo, doveva farli solo con se stesso.
A questo punto bisogna ricordare che era sempre stato alieno alla violenza e più che un pacifista era un tipo pacifico; nulla era più estraneo alla sua indole del nuocere a qualcuno … figurarsi un omicidio!
Non era in gioco il suo futuro: la prigione certa, il rimanere ucciso forse, era in gioco il suo essere uomo.
Eppure era sempre più convinto che fosse assolutamente necessario togliere di mezzo il messia: troppi danni aveva fatto al Paese e troppi ne avrebbe ancora fatti.
Prese la sua decisione.

A quel tempo l’anarchico aveva da poco passato la sessantina e aveva preso la sua decisione: eliminare il buffone al governo prima che decidesse di nominare senatore il suo cavallo.
Cominciò i preparativi.
Prima cosa procurarsi un’arma; non una bomba certo, avrebbe causato vittime innocenti. Poi studiare un piano d’azione, il suo progetto non prevedeva la fuga: compiuto il fatto si sarebbe arreso alle conseguenze, sperando di non rimanere ucciso. Infine preparare la sua difesa; non voleva passare per pazzo, nemmeno per un assassino: voleva fosse ben chiaro che il suo era un gesto politico, estremo, ma politico: come si suol dire, a mali estremi estremi rimedi!
Bene, era pronto, ormai non c’era altro da fare che aspettare il momento opportuno…….
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Un infarto pietoso eliminò il messia, dando al Paese un chance e donando all’anarchico una coscienza immacolata.

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